fanny and alexander | KANSAS MUSEUM
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KANSAS MUSEUM

 


produzione Fanny & Alexander | ideazione Chiara Lagani e Luigi De Angelis | 
musiche Mirto Baliani
 | drammaturgia Chiara Lagani
 | costumi Chiara Lagani e Sofia Vannini | sartoria Marta Benini | tintura tessuti Francesca Messori | regia Luigi de Angelis | con Marco Cavalcoli, Chiara Lagani, Davide Sacco | idioma della bussola Stefano Bartezzaghi | promozione Valentina Ciampi, Marco Molduzzi | 
ufficio stampa Marco Molduzzi | 
logistica Sergio Carioli | 
amministrazione Marco Cavalcoli, Debora Pazienza


 

«Nel futuro farai un sogno, come se stessi dormendo, quando aprirai gli occhi ti ritroverai accanto un volto familiare»

KANSAS ERA UNA GALLERIA D’ARTE DI SGUARDI PER CUI PROVARE NOSTALGIA, LA PRATERIA ININTERROTTA DI UN RACCONTO, COLOR POLVERE STINTA. UNA PREMESSA, UN RECESSO, UN RITORNO, UNA PARTENZA, UN INCIAMPO, UNA CREPA, UNA VERTIGINE, UNA SERIE DI TENTATIVI O METAMORFOSI. UN LUOGO FERITO, UN MONDO DAL CUORE SELVAGGIO E INCOMPRENSIBILE.
E ADESSO? CHE NUOVO POSSIBILE VIAGGIO COMINCIA PER NOI E PER DOROTHY, ATTRAVERSATA LA TEMPESTA, OVER THE RAINBOW DI QUELL’IRRIMEDIABILE KANSAS?

Kansas Museum è una performance ideata per lo spazio espositivo proprio di un museo d’arte contemporanea e si inserisce nel programma “OZ PROJECT” basato sulla storia de “Il meraviglioso Mago di Oz” di F.L. Baum di cui fanno parte gli spettacoli EAST, Emerald City, KANSAS, HIM, Dorothy. Sconcerto per Oz. Kansas Museum è un lavoro che indaga quel particolare atto del guardare che si pratica nell’ambiente specifico di una sala di museo. Rappresenta una galleria di sguardi possibili all’oggetto di statuto artistico, un percorso tracciato in sei quadri d’azione in cui la posizione del pubblico/spettatore viene continuamente spostata all’interno di un “contratto scenico” sistematicamente tradito e sdoppiato con il “patto frontale” del museo.

Estratto da “Guardando qualcuno che sta guardando. Lo spettatore prima e dopo Dorothy” di Lorenzo Donati, in There’s no place like home, Monica Bolzoni e Fanny & Alexander, Il Vicolo Editore, Cesena (FC) 2009.
“Kansas evoca la situazione comune della fruizione museale, che come è noto mette in campo un atto di visione privato ed individuale in uno spazio invece pubblico. In scena cinque donne entrano e guardano cinque quadri in cui ci sono altrettante figure femminili che a loro volta guardano. Non si tratta però dell’atto generico dello sguardo. In ogni tela è implicita la presenza di un osservatore, cosa che peraltro avviene già per statuto nella forma quadro, oggetto esposto alla visione per eccellenza. Quello che sembrano avere in più questi quadri, o se vogliamo in aggiunta al codificato patto fruitivo che naturalmente stabiliscono, è l’esplicita previsione di una presenza osservante. Quei quadri stanno proprio guardando te, ti stanno spingendo a domandarti perché tu li stia guardando, e come li stai guardando. In sostanza, viene il dubbio che chi guarda, a forza di stare di fronte a quelle donne, e in quel preciso museo, si stia tramutando da soggetto dell’atto fruitivo a oggetto. Noi spettatori, in questo contesto, non siamo altro che osservatori al pari delle cinque diverse donne in scena, solo più distanti, e se una fonte luminosa venisse accesa dietro di noi un’ombra più grande delle donne stesse si allungherebbe sui quadri. Lo spettacolo, quindi, impone sui quadri anche noi, il nostro sguardo, e viceversa fa in modo di includere anche noi fra quelli che i quadri hanno previsto”.